AppStore e Mister Hyde

Questo vale la pena leggerlo, come molti altri post del medesimo autore, ma il mio innato ottimismo mi porta a considerare anche un’altra ipotesi come plausibile per il pauroso distacco schizoide manifestatosi tra AppStore Team e Review Team negli ultimi tempi (queste faccende poi vanno ad ondate, e quindi sembra sempre siano tantissime in determinati periodi).

Vittime illustri, non tanto di rejections quanto di modifiche a posteriori imposte, tre app che sono veri fiori all’occhiello di iOS: PCalc, Transmit e Drafts.

Funzioni avanzate, pur se previste dal sistema e dall’SDK, nel caso di Transmit; un uso evoluto ed intelligente dei widget di iOS per ciò che riguarda PCalc e Drafts.

Tanto è bastato per sollevare sdegno diffuso attraverso la numericamente ridotta ma assai rumorosa comunità dei cosiddetti iOS power users, e con ragione: l’impressione era quella di un inutile azzoppamento della piattaforma, per motivi che andavano dall’arbitrario all’incomprensibile, passando attraverso vari gradi di masochismo (non ultimo l’aver castrato App che figuravano regolarmente tra le evidenziate, le fondamentali o le migliori).

Eppure.

Eppure come detto sono ottimista, quindi semplicemente ritengo possa trattarsi non di un caso di guerra intestina ad Apple tra team differenti come da qualcuno ipotizzato, bensì semplicemente di un differente passo.
È come se l’AppStore Team fosse composto da persone che appartengono alla categoria summenzionata dei power users, portato a guardare con entusiasmo ogni applicazione che sveli nuovi paradigmi d’uso o spinga al limite l’uso dei devices (in particolar modo l’iPad), mentre il Review Team tendesse a tenere a freno una percepita eccessiva esuberanza degli sviluppatori.

Se lasci inserire un widget che fa qualcosa di più rispetto all’offrire una semplice visualizzazione di dati, forse domani verranno scritti widgets che prescindono dalla presenza di app sottostanti (anche se in qualche caso è già quasi così).

Probabilmente si tratta di una fase di assestamento, in fin dei conti i widget in casa Apple sono terra incognita, e sappiamo come l’approccio di base a Cupertino sia conservativo (vero, copiaeincolla, MMS, App native, App di default definibili dall’utente ecc. ecc. ?).

È una speranza, lo so, quella che il tempo renda Apple più consapevole dei limiti che deve imporre per mantenere l’eccellente livello qualitativo della piattaforma e di quelli che invece vanno giocoforza allentati per permettere lo sviluppo che l’ecosistema merita.

Ma come detto, sono un ottimista…

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. C’è anche chi la vede ancora più nera, anche se sotto un punto di vista leggermente diverso e a mio avviso molto affascinante (realistico?).

Spotify. L’ultima (?) parola

Si torna a parlare di Spotify. Ok, IO torno a parlare di Spotify, perché sostanzialmente, dopo qualche mese di Spotify Premium, penso di aver capito in che modo (e misura) funziona, almeno per me.

La vecchia questione si riduce, tutto sommato, alle preferenze personali e all’inclinazione verso la proprietà o verso la disponibilità dei contenuti.

Il tranello, a mio avviso, sta nell’alternativa posta come necesaria tra iTunes Store e Spotify. È come dire che non compro più i film perché posso noleggiarli, o i libri perché ho la tessera della biblioteca. Beh, quasi: il punto è anche il tipo di fruizione che ogni media porta implicitamente con sè. Un film può essere visto più volte (parecchie, se è un capolavoro e a distanza di anni, o se si è maniaci…😀 ), un libro può essere letto più volte (difficilmente, a parecchia distanza da una volta all’altra), un album o ancor di più una canzone verrà naturalmente ascoltato più volte (in qualche caso particolarmente ossessivo😉 potremmo dire continuamente ).

Diventa dunque fondamentale attribuire la giusta dose di importanza per ciò che concerne il possesso. E non è, sia chiaro, una questione di mero “possesso”, nel senso che potremmo definire viscerale del termine: se voglio (ri)leggere un libro, posso aspettare finchè non ho il tempo di recarmi in biblioteca per recuperarlo. Se voglio rivedere per la tremilionesima volta Blade Runner, posso noleggiarlo, difficilmente la voglia mi passerà se aspetto un paio di giorni per recarmi al videonoleggio (ne esistono ancora?) o simili. Ma la musica…

La musica, chi ne è appassionato lo sa, colpisce a tradimento🙂

Se mi viene voglia di ascoltare un brano, un qualunque brano tra i tanti, lo voglio ascoltare adesso. Non tra un’ora, non tra un giorno. Adesso.

E se mi manca la connessione Internet? (vero Wind?)
E se ho finito il traffico mensile? (vero Vodafone?)
E se sono solo sotto copertura GPRS? (vero TRE?)

Certo, Spotify ha una efficentissima modalità offline in bundle con l’abbonamento Premium, il che risolve parte dei problemi. Ma tant’è.

Spotify, sia chiaro, funziona bene. Dannatamente bene.
Ha un catalogo sterminato (sono quasi nulle le occasioni in cui non ho trovato qualcosa, e per di più il problema era legato quasi esclusivamente a complesse e stupidissime questioni di diritti e distribuzione).
È cross platform quasi a livello tostapane (dicesi di programma che gira su qualunque piattaforma, hardware e/o software, fino a raggiungere vette di compatibilità che sfiorano il ridicolo; come se Halo fosse distribuito anche per Sega Megadrive😀 ).
Ha un listino prezzi congruo (non conveniente, ma congruo sì. Offerta molto ampia, prezzi ragionevoli.)
Può ormai godere di una presenza di connettività ad internet in mobilità, tariffe a parte, quasi costante (e comunque c’è il “backup” dell’offline).

Parecchie frecce all’arco, dunque, per un servizio che in poco tempo ha preso piede forse oltre le stesse aspettative dei fondatori.

Ma…

iTunes funziona. Dannatamente bene.

È il maggior mezzo di distribuzione e commercio di musica digitale al mondo (tutto iTunes, media e servizi, vale circa la metà del core business di Google).
Il catalogo, manco a parlarne, è incredibile (forse anche più ampio di Spotify).
L’accesso è facile da OSX, imbarazzantemente facile da iOS (e iOS è più “diffuso”, se non numericamente, almeno come percezione…).
I prezzi sono congrui (generalmente un album costa più di un mese di abbonamento a Spotify, ma la possibilità di acquistare le singole tracce e le continue, varie e spesso estreme offerte bilanciano più che ampiamente la partita).
Esiste iTunes Match (a pagamento, ok, ma stiamo parlando di 25€ annui, siamo seri…) se proprio conviene non tenere la musica localmente.

Dopo parecchia titubanza, e tralasciando le questioni di contorno quali la qualità audio dei files (più che buona, in fondo chi parla è un sostenitore del good enough) e l’assenza di artwork al di fuori della versione digitalizzata della copertina dell’album (e qui si va un po’ più nel periglioso, giacchè va benissimo la “dematerializzazione”, ma entro certi limiti; continuo a sperare che Apple tolga le tonnellate di polvere che coprono iTunes Album e cominci a fornirci davvero un’esperienza paragonabile non dico allo splendore dei vinili, ma quantomeno ad un buon libretto da CD), posso giungere ad una conclusione personalissima e come tale tutto fuorchè definitiva ed universale: per chi come me ha modi di ascolto abitudinari – a tratti ossessivi – ed è stato cresciuto musicalmente nell’epoca dell’iPod (Tutta la tua musica in una tasca), la troppa abbondanza offerta da Spotify è allo stesso tempo un intralcio ed un’occasione sotto sfruttata.

Ottimo per scoprire musica nuova cui appassionarsi, ed in grado di garantire nuova linfa alla onnipresente e sempre mutevole playlist “Scimmia” (l’unica presente, in varie incarnazioni, su ogni singolo iPod abbia mai posseduto a partire dal 2G).
Impagabile nel consentire un livello di sperimentazione senza precedenti, soprattutto considerando che l’incarnazione per iPad, cui spesso e volentieri mi affido per il tappeto sonoro durante la composizione dei post, “gode” dello stesso modello – accesso completo e controllo totale, ma con pubblicità – di quella per computer anche nella sua forma non-Premium.

Ma davvero, il mio pendolarismo è ridotto al minimo, non vado a correre, e per di più adoro i podcast.
Le fonti di intrattenimento (musicali e concorrenti) non mi mancano, e come detto prima, non solo dal punto di vista tariffario, Spotify non sfruttato a dovere sa tanto di occasione persa.

Senza contare che, pur potendo godere dell’opzionale disponibilità dei brani anche senza collegamento, non c’è gusto ad avere tutta la musica del mondo se non si può saltare irrazionalmente da un brano all’altro sulla pura base del mood del momento, e si ritorna comunque nelle playlist pre-scaricate perchè non si sa mai, azzerando così il vantaggio rispetto a metodi più “tradizionali”.
E non è che proprio abbondiamo di occasioni in cui la Rete sia “tutta intorno a noi” (camurrìa del tutto volontaria).

Sono, insomma, ancora troppo offline per convertirmi ad un mondo Spotify-only.

Avanti il prossimo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non crediate che questa sia davvero l’ultima parola in merito: un po’ perchè ritengo il settore ancora all’inizio della propria vita, quindi suscettibile di innumerevoli, profondissimi ed imprevedibili cambiamenti. Un po’ perchè la questione coinvolge un aspetto talmente importante della mia vita da non rendermi possibile il formarmi un’idea “statica” in merito ed accontentarmi di quella.

Al lupo, al lupo

(…)On 20 October 2014, the Washington Post reported that Spotlight Suggestions was a major privacy concern, leaking your information to Apple and potentially other sources. Unfortunately, the article contained multiple factual errors, many of which could have been avoided had the authors read Apple’s iOS 8 security documentation and Apple’s privacy page, which includes a section on Spotlight Suggestions.

Rich Mogull Tidbits

Da un eccesso all’altro. Si sono (ci siamo) lamentati per anni, decenni, dannatissime ere geologiche che non si prestasse sufficiente attenzione alla sicurezza informatica. Che i danni ai sistemi personali fossero causati da ignoranza ed incuria, così profonde da minare le basilari norme di buon senso (una sorta di sospensione dell’intelligenza durante l’uso di un computer – oggi la locuzione potrebbe essere riutilizzata agevolmente con riferimento ad alcuni servizi e siti).

Insomma, se fai clic su qualsiasi banner ti comunichi di essere il fortunato 1.235.875.esimo visitatore ed in virtù di ciò di aver vinto le lune di Giove, poi non ti puoi lamentare.

Solo che dopo l’11 Settembre, o magari dopo il proliferare di pirla dediti a monitorare le scie chimiche, o magari più seriamente dopo WikiLeaks, siamo tutti un po’ più paranoici. Che, si dà il caso, sia parecchio differente dall’essere coscienziosamente attenti a cosa si diffonde in rete.

Ecco allora spuntare un bell’articolo che definire a fini di click-baiting è fargli una gentilezza.
Per fortuna ci ha pensato TidBIts a ristabilire la verità, ma quanti lettori ormai convinti che Apple spii le loro ricerche si premureranno di andare a leggere un secondo parere?
Solito vecchio problema della potenza di fuoco (più hai seguito, come fonte d’informazione, maggiore deve essere la cautela che poni nel riferire le cose o nel formulare ipotesi) declinato in salsa privacy.
Senza andare troppo lontano nel tempo, basti citare il caso fappening, prontamente venduto come breccia nei server iCloud, mentre in realtà le cose si sono rivelate leggermente diverse.

Sicuramente, come detto sopra, un po’ di paranoia è figlia dei tempi: non è che le minacce (autentiche) manchino; tuttavia, come resta inspiegabile la precedente tendenza a credere in un idilliaco mondo à la Candide, così appare decisamente eccessivo, paradossale potremmo dire, il vivere in questo stato semi-permanente di terrore informatico.

Una buona informazione, una buona formazione, una vera cultura – informatica e non – sarebbe la cura migliore, non c’è dubbio. Altrettanto certamente cozzerebbe contro la brama di velocità (di fruizione, di consumo, d’informazione o pseudo tale) che pare essere un tratto distintivo di questa fase di Internet (e non solo).

Fino a che non diventerà di moda informarsi e riflettere prima di giungere alle conclusioni, ci terremo il click-baiting.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Giusto perché non si pensi che sono mie fissazioni esclusive:

As a security analyst, I worry constantly about becoming biased, especially with a company like Apple whose products are so deep a part of my life. To avoid this, I spend a tremendous amount of time researching and validating my findings before publishing them. While this may be pie-in-the-sky thinking, I believe journalists and publications should make similar efforts to avoid bias, and tamp down the desire for explosive headlines that leads to inaccurate reporting, particularly when such articles increase paranoia unnecessarily.

Un piccolo rettangolo di futuro

Perhaps the most interesting news about Apple’s new iPad Air 2 tablet is buried at the bottom of one of its marketing pages: It will come pre-installed with a new “Apple SIM” card instead of one from a specific mobile operator.
It’s early, but it’s easy to see how this concept could significantly disrupt the mobile industry if Apple brings it to the iPhone.

Quartz

Heading to a sim-less world? 😄

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il quarto d’ora del pessimismo

Perchè sono piuttosto sicuro che ApplePay prenderà poco piede in Italia?

Once an iPhone is set up with Apple Pay, it’s a one-touch system for payment and optional identification. The number that gets transmitted is not your credit card number, so it’s more secure. If you’re shopping at a store that has a loyalty card system, and you wish to add that information to your iPhone, you can pass that information on too.

Jason Snell

Tralasciando il fatto che appare un sistema troppo semplice (e noi non sopportiamo la semplicità), l’ultima frase apre prospettive di puro terrore in un qualunque consumatore medio vagamente cosciente delle possibilità tecnologiche attuali raffrontate al livello di accettazione nostrano.

Date un’occhiata nel vostro portafogli e contate le carte fedeltà: con calma, tanto devo stare a guardare l’erba crescere…😉
Finito? Ok, adesso se avete un iPhone ed un po di tempo sacrificabile, provate ad inserire una qualsiasi di queste carte in Passbook (che, lo ricordiamo, è stato introdotto con iOS6)). Facile, vero? Soprattutto se vi servite di Apps come Stocard o simili.

Sinistramente facile.
Ora potrei chiedervi di recarvi nel vostro negozio con il fido iPhone e la carta fedeltà scannerizzata, e provare ad usare la copia digitale, ma detesto farvi perdere tempo.
Non funzionerà.

Lo scanner alla cassa non legge il codice digitalizzato.
Il personale alla cassa esige la carta fisica, perchè il digitale non vale (vaglielo a spiegare che la carta è l’inutile corollario ad uno stupidissimo codice a barre che sarebbe valido anche se fosse stampato sulla carta igienica o disegnato a pennarello).
E così via.

Dunque, ApplePay prenderà piede in USA, anche se incontrerà resistenze notevoli (teoricamente notevoli, che è tutto un’altro mondo, ma tant’è…).
Tuttavia, se mai dovesse avere una qualche minima percentuale di adozione qua da noi, rassegnatevi: sarete comunque quelli guardati strano perchè chiedete di poter pagare in modo un po’ più sicuro e rapido di quanto facessero vostro padre e/o vostro nonno.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Cannibali

This iMac really has to make us all question what an iMac is. When the iMac was introduced, it was the new “computer for the rest of us,” a consumer-friendly all-in-one device. This 5K iMac has the power to edit 4K video in Final Cut Pro with room for a timeline and other interface elements. It’s a screen so good, people who have Mac Pros are going to want to replace them with an iMac.

Let’s step through that one again. People will forsake their Mac Pros for this iMac, until there comes a day when a screen like this is available as an external display option for the Mac Pro. For $2500 or less. People who would never have considered buying an iMac will buy this iMac.

Jason Snell

La prospettiva è sempre fondamentale, quindi prima di rimanere impressionati (tipicamente in maniera non proprio positiva) dal cartellino del prezzo del nuovo iMac Retina, occorre considerare ciò che questo computer rappresenta ora e ciò che soprattutto rappresenterà d’ora in avanti.

Siamo davanti ad un’ennesima pietra di paragone: come lo furono l’iPhone e l’iPad, così sarà questo.

E per chi si stesse giustamente ponendo il problema di una macchina overkill rispetto alle proprie necessità (“Non sono Spielberg, e nemmeno McCurry, cosa me ne faccio di un display 5k?”), giunge la tranquillizzante – perchè autoassolutoria, proprio come piace a noi🙂 – dichiarazione di Shawn Blanc:

Now, I’m someone who rarely does any graphic design, nor do I shoot or edit any video in 4K, and I’m a hobby photographer at best. What do I need a Retina computer for?

Text.

That’s right.

I work with words all day long, and text is perhaps one of Retina’s primary beneficiaries. We’ve been saying this since the iPhone 4 came out in 2010, but it has yet to cease to amaze me: type on a Retina screen is sharp, crisp, and print like. And on a 27-inch monitor, it’s all better.

Siamo a posto.😀

Stay Tuned,
Mr.Frost