Pebble, la rivoluzione alla moviola

Finalmente ci ho messo le zampacce sopra.
L’ho aspettato, ne ho seguito lo sviluppo, me lo sono coltivato sin da quando era poco più che un abbozzo su Kickstarter, una tra le decine di buone idee che forse avrebbero visto la luce.
L’ho visto crescere, raggiungere il suo obiettivo di copertura finanziaria, superarlo, assurgere agli onori della cronaca prima ancora di esistere fisicamente, portabandiera di un mondo, quello del crowdfunding, che i media tradizionali hanno come da copione “scoperto” con abissale ritardo e altrettanto tradizionalmente compreso solo superficialmente, invaghendosene il tempo di qualche stereotipato e piuttosto inutile servizio sulle "meraviglie del web".

Ora, dopo – parecchi – mesi di attesa, finalmente il più famoso della "nuova generazione" di smartwatch, il Pebble, è qui davanti a me.

Bisogna dire che il primo impatto è strano: la confezione è pulita, con una semplice grafica in nero su cartone grezzo (curata, però…), il contenuto essenziale. L’orologio e il cavo di ricarica, USB da un lato, connettore magnetico proprietario à la Magsafe dall’altro. Niente caricabatterie, il contenimento dei costi non è roba per signorine, e poi, chi non ha un computer con USB a tiro al giorno d’oggi?

L’effetto straniante al primo impatto è dovuto, a mio avviso, ad una serie di impressioni contrastanti suscitate – involontariamente? – dall’apparecchio, principalmente per via di design e materiali.
Esempio pratico: quando si apre la scatola di un iPhone 5, specie nella sua variante nera, ci si trova di fronte ad una specie di monolite. Non è ostilità, tutt’altro, ma la componente hi-tech è evidente e dichiarata.
Il Pebble (che ho preso nella variante di colore – indovinate un po’ – nera) offre comunque una sensazione di prodotto "tecnologico", ma, come dire…attenuata. Non ci sono le scatole interne nero lucido dei manuali iPhone (oddìo, non c’è neanche il manuale, a dire il vero: la configurazione è semplice, guidata ed affidata ad un mini sito apposito), non c’è l’iconico ma un po’ intimorente logo Apple… Insomma l’atmosfera potrebbe essere definita più rilassata.

L’oggetto di per sè, considerato che non ha dietro un reparto design milionario, è piuttosto impressionante: linee pulite, zero fronzoli, proporzioni eleganti e -strano a dirsi – aspetto piuttosto sobrio. Era questo, in effetti, uno degli aspetti che più mi preoccupava/incuriosiva del Pebble "dal vivo": sembrerà di girare con al polso un pataccone anni ’80, una replica insopportabilmente nostalgica di un Casio qualunque?
Insomma, gli elementi sono quelli: gomma, plastica…
Paura rivelata di infondata: il Pebble, almeno nella colorazione "full black" che ho scelto, risulta assai discreto. Impressione, questa, rafforzata certamente dall’aspetto fondamentalmente analogico del display e-ink. A tal proposito, posso confermare quello che si dice in giro su questa tecnologia: leggibilità senza pari, anche se ottenuta a prezzo di una risoluzione imbarazzantemente bassa.

Veniamo alle funzioni: di per sè il Pebble è una sorta di "dumb terminal" dell’iPhone, dunque la sua versatilità potenziale è confermata o mortificata dal supporto che fornisce l’OS. Spiace dire che in questo caso siamo piuttosto nel secondo ambito di possibilità: al momento le funzioni di base dello smartwatch sono presenti ed affidabili, ma ci si ferma lì.
La lettura degli sms in entrata è un piacere, ma non c’è ancora il supporto alle mail; l’identificazione del chiamante in entrata è zoppicante, anche se ovviamente quando funziona costituisce una delle migliori features del prodotto (poter decidere se liquidare una chiamata con un colpo d’occhio al proprio polso è di una comodità assoluta, specialmente se non si ha il telefono sott’occhio), le "watchfaces" sono poco più che un – in qualche caso divertente – esercizio di stile (somigliando molto in questo a quelle presenti sull’iPod nano 6G, senza però raggiungere simili livelli di finezza e dettaglio, un po’ per mancanza del "supporto" di una major quale Apple, un po’ per i limiti di risoluzioni suddetti dello schermo e-ink).

Insomma – e qua vado a spiegare il titolo per chi non avesse ancora colto il punto – il Pebble è al momento un’affascinante sguardo su un futuro sempre più prossimo, quello dei dispositivi indossabili e dell’onnipresenza dei sensori, che garantirà certo a quello che ormai è il vero fulcro -tecnologico e non – della nostra vita, il nostro smartphone, una sempre maggiore awareness su ciò che ci circonda, rendendolo così sempre più predittivo e meno dipendente da nostre specifiche interrogazioni (a tal proposito si veda lo sviluppo di Siri, Google now ed in particolare questo post di Amit Jayn – grazie a Bycicle Mind per la segnalazione).
Il mio (modesto) punto di vista è che chiunque voglia evitare di risultare irrilevante nel prossimo futuro – tecnologicamente parlando – dovrà impegnarsi seriamente per costruire un sistema ampio e coordinato di dispositivi che puntino contemporaneamente ad essere pervasivi ed intangibili.
Tuttavia, questo futuro è ancora di là da venire, che si chiami iWatch, Galaxy Watch, Google Glass o chissà che altro.

Ma il Pebble è sicuramente un buon passo in questa direzione, è ed esattamente quello che ci vuole agli albori di un’adozione di massa: una tecnologia altamente evolutiva, integrata con ciò che già viene "accettato" (lo smartphone) come standard e sufficientemente discreta da non provocare alcun imbarazzo in chi la adotta da subito (vero, auticolari bluetooth?).

Stay Tuned,
Mr.Frost

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