Costerà troppo?

Ovvero della paura di chiedere ciò che è giusto.
Sono ormai mesi che seguo lo svolgersi, attraverso i vari siti e blog che seguo (la maggior parte dei quali in lingua inglese, ma su questo torneremo dopo) di un dibattito che trovo incredibilmente stimolante.
Si sta creando un ampio fronte di opinion leader che sostiene la correttezza, anzi, la necessità di pagare per le apps e servizi di cui si usufruisce, e di pagare anche somme sopra quello che ormai può essere unanimenmente considerato il minimo sindacale.

Attenzione, non si tratta della solita presa di posizione cavalleresca contro la pirateria, bensì di un più articolato movimento d’opinione che sostiene che si stia di fatto, più o meno implicitamente e più o meno inconsapevolmente, *svalutando beni e servizi nel mondo digitale.

Il proliferare di Apps per iOS (ma anche, seppur con prezzi leggermenti superiori e tuttavia equiparabili, per OSX) proposte a o al di sotto della soglia psicologica di 99€ cent, fa sì, secondo i sostenitori di questa tesi, che il pubblico si abitui in un certo modo a considerare “equo” un prezzo che oggettivamente molte volte si dimostra economicamente insostenibile.

Non tutte le Apps sono infatti realizzabili da sviluppatori singoli con mezzi relativamente poco costosi: purtuttavia, non tutte le Apps riflettono nel prezzo la mole di lavoro ed il livello di cura del dettaglio che effettivamente hanno richesto.

Come se ciò non bastasse, molti sviluppatori tendono a “recuperare” una parte (a volte anche considerevole) degli introiti mancati attraverso la politica – a mio avviso discutibile per l’eccessiva ed indiscriminata applicazione – degli acquisti in App. Ed ecco allora che Apps che nominalmente costano pochissimo, o sono addirittura gratis, comportano per essere fruite (a volta al meglio, altre addirittura solo in maniera decente ) di una valanga di acquisti in App, con conseguente enorme e continuato esborso “post-acquisto”.

Altro aspetto del problema: esistono, su entrambi gli store, applicazioni che non esiterei a definire eccellenti: coprono quasi tutit gli ambiti degli store suddetti, e sono spesso più d’una per campo.
Consideriamo un genere in cui ho acquisito una certa esperienza (complice la mia scimmiesca curiosità e la mia passione per la scrittura): quello che potremmo definire, semplicisticamente, degli editor di testo.
Solo su piattaforma iOS, e solo per limitarmi ai primi che mi vengono in mente, abbiamo gemme assolute del calibro di Daedalus Writer, iA Writer e Byword (su cui sto scrivendo ora).
OSX risponde con due controparti, iA e Byword, con il “gemello diverso” di Daedalus, quell’Ulysses III di cui abbiamo già parlato, aggiungendo inoltre gemme come WriteRoom OmmWriter, Writer, Scribe ed innumerevoli altri.

Sono tutte a pagamento. Poche o nessuna, a seconda di quali si considerino, sono gratis.

L’altro giorno mi sonon sentito chiedere da un caro amico, utente Mac decisamente “pro” e che ritengo non si faccia alcun problema a riconoscere il dovuto valore alle Apps che migliorano la sua esperienza d’uso, se non trovassi eccessivo il costo di Byword.

In quel caso, va detto, la sua obiezione andava nella direzione del numero limitato di features di Byword rispetto, per esempio, a Pages. Byword fa quel che deve, quel che dice, lo fa nel miglior modo possibile: non è l’unico con queste caratteristiche, ma qui si sconfina nel soggettivo.

Il problema sorge quando non si discutono il numero e/o il livello delle features che un’applicazione offre, ma la si finisce più o meno implicitamente per “scartare” in quanto costa troppo (spesso, poi, ed è il problema maggiore, il costa troppo si riduce semplicemente a costa, ovvero brutalmente non è gratuita).

Se un programma o un servizio migliorano la mia esperienza informatica, e chi ha la passione per l’informatica potrebbe dire che migliorano tout court una parte della sua vita, sono ben contento di riconoscere a chi mi ha offerto questo mezzo il dovuto compenso: perché trovo che il miglior rapporto tra sviluppatore e utente sia quello professionista/cliente: tu vivi del tuo lavoro, io voglio essere trattato come chi ti consente di farlo.

Questo evita, anche se devo ammettere solo in parte, anche storture tipo quella che abbiamo potuto ammirare nel caso Google Reader.
Il servizio non rende, perché è gratuito, non interessa (più?) chi lo fornisce, ergo viene chiuso.
Ma qui entra in gioco il problema cui dà origine la mentalità secondo la quale “se non è gratis non mi interessa”: Google Reader, certo facendo leva sulle proprie qualità (efficienza, velocità, universalità), è de facto diventato lo standard del settore RSS.
Anzi, peggio: ha distrutto il mercato dei lettori/aggregatori di feed RSS, spazzando via qualsiasi cosa (o quasi) non fosse aggratis.

Non sto dicendo che, se fosse stato a pagamento, Reeder non sarebbe stato prima o poi comunque chiuso da Google: Mountain View dispone di risorse tali da poter probabilmente assorbire in modo piuttosto agevole anche un mancato introito di quella (eventuale) portata (in fin dei conti, sviluppa e mantiene un sistema operativo mobile da cui traggono soldi – veri, non potenziali – altri).
Ma sarebbe stato sicuramente un altro l’iter di valutazione dei pro e dei contro dell’operazione, non limitandosi ad un semplice “non interessa più”.

Accennavo in apertura di post al fatto che praticamente tutti i blog su cui si sta sviluppando la discussione siano in inglese. Non penso sia un caso: mentre noi siamo ancora impantanati in eterne diatribe su diritti d’autore millenari, distributori sanguisuga che bloccano in ogni modo la distribuzione digitale, equi compensi (ma equi in quale universo parallelo?) per copia privata (un modo come un altro per dire so che sei un dannatissimo piratone, quindi almeno ti faccio sganciare un obolo preventivo. Non sei un piratone? fatti tuoi!), reti televisive che maciullano le serie tv cambiando giorno, ora anno di programmazione spesso senza alcun motivo perché le serie in lingua originale sono già finite; mentre da noi ancora chi pirata lo fa perché fa figo non pagare, salvo qualche rara eccezione che si chiede “se posso scaricare tutta la discografia di Pierangelo Bertoli, perché devo sudare per avere una dannatissima stagione di Game Of Thrones in digitale?”; mentre continua una guerra di trincea con siti che lucrano, in modo e quantità diversa, sulle mancanze suddette del sistema legale, e nessuno di quelli che ha un minimo di potere (inteso come capacità e possibilitità di influenzare il mercato e l’operato dei suoi attori principali) intravede che c’è una marea di gente più che disposta a pagare per avere un prodotto ben fatto, facile da reperire e disponibile in tempi umani (cavolo, sembra di essere tornati ai tempi della “finestra” dei DVD rispetto all’uscita in sala!). mentra tutto ciò ci impedisce di diffondere opere meravigliose nella forma che meriterebbero, e condanna la maggior parte del pubblico televisivo a dipendere da chi ritiene che “Un Medico In Famiglia” meriti otto dannatissime stagioni, nel mondo c’è chi è davanti anni luce a noi (davvero pensate sia possibile qui staccare ogni abbonamento televisivo o satellitare, e vivere di download o streaming legali? Ingenui…), eppure si pone il problema di definire un giusto prezzo (valore?) per i servizi di cui usufruisce.

A me basterebbe poter davvero spiegare che la chiave del successo per la distribuzione legale, e la contemporanea estinzione quasi assoluta della pirateria, sta nell’accessibilità del contenuto.

Meditate gente, meditate…

Stay Tuned,
Mr.Frost

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