Spotify. L’ultima (?) parola

Si torna a parlare di Spotify. Ok, IO torno a parlare di Spotify, perché sostanzialmente, dopo qualche mese di Spotify Premium, penso di aver capito in che modo (e misura) funziona, almeno per me.

La vecchia questione si riduce, tutto sommato, alle preferenze personali e all’inclinazione verso la proprietà o verso la disponibilità dei contenuti.

Il tranello, a mio avviso, sta nell’alternativa posta come necesaria tra iTunes Store e Spotify. È come dire che non compro più i film perché posso noleggiarli, o i libri perché ho la tessera della biblioteca. Beh, quasi: il punto è anche il tipo di fruizione che ogni media porta implicitamente con sè. Un film può essere visto più volte (parecchie, se è un capolavoro e a distanza di anni, o se si è maniaci… 😀 ), un libro può essere letto più volte (difficilmente, a parecchia distanza da una volta all’altra), un album o ancor di più una canzone verrà naturalmente ascoltato più volte (in qualche caso particolarmente ossessivo 😉 potremmo dire continuamente ).

Diventa dunque fondamentale attribuire la giusta dose di importanza per ciò che concerne il possesso. E non è, sia chiaro, una questione di mero “possesso”, nel senso che potremmo definire viscerale del termine: se voglio (ri)leggere un libro, posso aspettare finchè non ho il tempo di recarmi in biblioteca per recuperarlo. Se voglio rivedere per la tremilionesima volta Blade Runner, posso noleggiarlo, difficilmente la voglia mi passerà se aspetto un paio di giorni per recarmi al videonoleggio (ne esistono ancora?) o simili. Ma la musica…

La musica, chi ne è appassionato lo sa, colpisce a tradimento 🙂

Se mi viene voglia di ascoltare un brano, un qualunque brano tra i tanti, lo voglio ascoltare adesso. Non tra un’ora, non tra un giorno. Adesso.

E se mi manca la connessione Internet? (vero Wind?)
E se ho finito il traffico mensile? (vero Vodafone?)
E se sono solo sotto copertura GPRS? (vero TRE?)

Certo, Spotify ha una efficentissima modalità offline in bundle con l’abbonamento Premium, il che risolve parte dei problemi. Ma tant’è.

Spotify, sia chiaro, funziona bene. Dannatamente bene.
Ha un catalogo sterminato (sono quasi nulle le occasioni in cui non ho trovato qualcosa, e per di più il problema era legato quasi esclusivamente a complesse e stupidissime questioni di diritti e distribuzione).
È cross platform quasi a livello tostapane (dicesi di programma che gira su qualunque piattaforma, hardware e/o software, fino a raggiungere vette di compatibilità che sfiorano il ridicolo; come se Halo fosse distribuito anche per Sega Megadrive 😀 ).
Ha un listino prezzi congruo (non conveniente, ma congruo sì. Offerta molto ampia, prezzi ragionevoli.)
Può ormai godere di una presenza di connettività ad internet in mobilità, tariffe a parte, quasi costante (e comunque c’è il “backup” dell’offline).

Parecchie frecce all’arco, dunque, per un servizio che in poco tempo ha preso piede forse oltre le stesse aspettative dei fondatori.

Ma…

iTunes funziona. Dannatamente bene.

È il maggior mezzo di distribuzione e commercio di musica digitale al mondo (tutto iTunes, media e servizi, vale circa la metà del core business di Google).
Il catalogo, manco a parlarne, è incredibile (forse anche più ampio di Spotify).
L’accesso è facile da OSX, imbarazzantemente facile da iOS (e iOS è più “diffuso”, se non numericamente, almeno come percezione…).
I prezzi sono congrui (generalmente un album costa più di un mese di abbonamento a Spotify, ma la possibilità di acquistare le singole tracce e le continue, varie e spesso estreme offerte bilanciano più che ampiamente la partita).
Esiste iTunes Match (a pagamento, ok, ma stiamo parlando di 25€ annui, siamo seri…) se proprio conviene non tenere la musica localmente.

Dopo parecchia titubanza, e tralasciando le questioni di contorno quali la qualità audio dei files (più che buona, in fondo chi parla è un sostenitore del good enough) e l’assenza di artwork al di fuori della versione digitalizzata della copertina dell’album (e qui si va un po’ più nel periglioso, giacchè va benissimo la “dematerializzazione”, ma entro certi limiti; continuo a sperare che Apple tolga le tonnellate di polvere che coprono iTunes Album e cominci a fornirci davvero un’esperienza paragonabile non dico allo splendore dei vinili, ma quantomeno ad un buon libretto da CD), posso giungere ad una conclusione personalissima e come tale tutto fuorchè definitiva ed universale: per chi come me ha modi di ascolto abitudinari – a tratti ossessivi – ed è stato cresciuto musicalmente nell’epoca dell’iPod (Tutta la tua musica in una tasca), la troppa abbondanza offerta da Spotify è allo stesso tempo un intralcio ed un’occasione sotto sfruttata.

Ottimo per scoprire musica nuova cui appassionarsi, ed in grado di garantire nuova linfa alla onnipresente e sempre mutevole playlist “Scimmia” (l’unica presente, in varie incarnazioni, su ogni singolo iPod abbia mai posseduto a partire dal 2G).
Impagabile nel consentire un livello di sperimentazione senza precedenti, soprattutto considerando che l’incarnazione per iPad, cui spesso e volentieri mi affido per il tappeto sonoro durante la composizione dei post, “gode” dello stesso modello – accesso completo e controllo totale, ma con pubblicità – di quella per computer anche nella sua forma non-Premium.

Ma davvero, il mio pendolarismo è ridotto al minimo, non vado a correre, e per di più adoro i podcast.
Le fonti di intrattenimento (musicali e concorrenti) non mi mancano, e come detto prima, non solo dal punto di vista tariffario, Spotify non sfruttato a dovere sa tanto di occasione persa.

Senza contare che, pur potendo godere dell’opzionale disponibilità dei brani anche senza collegamento, non c’è gusto ad avere tutta la musica del mondo se non si può saltare irrazionalmente da un brano all’altro sulla pura base del mood del momento, e si ritorna comunque nelle playlist pre-scaricate perchè non si sa mai, azzerando così il vantaggio rispetto a metodi più “tradizionali”.
E non è che proprio abbondiamo di occasioni in cui la Rete sia “tutta intorno a noi” (camurrìa del tutto volontaria).

Sono, insomma, ancora troppo offline per convertirmi ad un mondo Spotify-only.

Avanti il prossimo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non crediate che questa sia davvero l’ultima parola in merito: un po’ perchè ritengo il settore ancora all’inizio della propria vita, quindi suscettibile di innumerevoli, profondissimi ed imprevedibili cambiamenti. Un po’ perchè la questione coinvolge un aspetto talmente importante della mia vita da non rendermi possibile il formarmi un’idea “statica” in merito ed accontentarmi di quella.

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